Tecniche ( in costruzione )
| Shat Karma | Asana | Simbologia delle Asana | Mudra | Bhandas | Pranayama |
| Dharana | Dhyana | Samadhi | Samata | Vipassana |
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Sei tecniche di purificazione precedono la pratica Yoga: senza di esse le vie di scorrimento pranico non sarebbero adeguate ad iniziare il tirocinio yogico. L’eliminazione di muco,infiammazioni, germi patogeni garantirà il giusto assetto dei recettori nervosi e l’equilibrata produzione di neurotrasmettitori affinchè il tragitto del prana non venga ostacolato.
La seguente descrizione non sostituisce la consulenza di un insegnante cui comunque si raccomanda di ricorrere prima di ritenersi autorizzati a praticare qualsiasi tipo di tecnica. Le pratiche di Shat Karma inoltre possono essere a volte molto pericolose: qui di seguito vengono riportate così come sono state descritte nei testi classici, a volte in maniera non del tutto esauriente per un moderno occidentale totalmente al di fuori dalle tradizioni dell’India. A maggior ragione la presenza dell’insegnante sarà indispensabile ad apportare chiarimenti. In generale, si possono considerare accessibili Danta mula dhauti, Jihva dhauti e le altre purificazioni della testa, Jala Basti, Neti, Nauli e Tratakam.
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Dhauti
Sotto il termine dhauti vengono raggruppate varie tecniche di pulizia del canale alimentare, dell’ano e degli orifizi della testa:
La mattina seguente si prepara una soluzione leggermente salina (un cucchiaio di sale per un litro di acqua tiepida). Se ne berrà, ancora a digiuno, un bicchiere facendo seguire alcuni esercizi di torsione atti a stimolare i movimenti peristaltici. Si ripeterà il tutto fino al totale di quattro bicchieri di acqua, provocando una completa evaquazione del contenuto intestinale.
Così come la descrivono la Geranda Samitha e l’Hathapradipika, è una forma di enteroclisma molto benefica per l’eliminazione di feci ristagnanti e fermentazione, in grado di debellare la proliferazione di germi patogeni e l’accumulo di tossine: · Jala Basti: immersi fino alla vita, aiutati dall’inserzione nell’ano di una cannula si immette nell’intestino acqua che verrà poi evaquata. · Sthala basti: è una seconda forma menzionata nella Geranda Samitha in cui si assorbe aria dall’ano tramite una sorta di asvini mudra. E’ la pulizia delle narici operata per mezzo di una cordicella sottile fatta penetrare da una narice e fatta uscire dalla bocca. Si esegue allo stesso modo per tutte e due le narici. Jala Neti prescrive di eseguire tale pulizia con l’acqua aspirandola con una narice e poi con l’altra; oppure assorbendola con la bocca e facendola uscire dalle narici (Shitkram) o, al contrario, inalandola con entrambe le narici e facendola uscire dalla bocca (Vyutkram). Nauli In fase di espirazione tirare in dentro e poi ruotare o contrarre a destra e a sinistra i muscoli retti addominali. E’
una tecnica molto utile a mantenere in salute il nervo ottico, con
evidente miglioramento delle facoltà visive, tuttavia i suoi benefici
si spingono oltre. Tramite questo esercizio dei talami ottici viene
infatti stimolata anche l’area ipotalamica a vantaggio dell’attività
neurovegetativa. Si suddivide in BhairaTratakam e AntaraTratakam. In Bhaira Tratakam lo sguardo viene mantenuto fisso su un punto esterno: “Stando composto e con gli occhi immobili, si deve fissare un piccolo oggetto finchè scendono le lacrime” (Hathapradipika, 32-II) In Antara Tratakam lo sguardo viene fatto convergere nel punto tra le sopracciglia (Shambavi Mudra) e mantenuto sulla chiara luce interiore (Joty) o sulla visualizzazione di un chakra. Kapalabhati Nadi Shuddi Come si è visto nel capitolo precedente, al paragrafo sul metabolismo energetico, le due nadi Ida e Pingala emergono a livello delle narici ed esiste un meccanismo fisiologico, governato dal sistema neurovegetativo, che determina un’alternanza nella ricarica pranica delle due polarità. Qualsiasi squilibrio organico tuttavia può riperquotersi sul sistema nervoso, e viceversa, di conseguenza lo Shat Karma, come si è preoccupato di eliminare scrupolosamente cause grossolane di squilibrio, altrettanto prontamente indica il sistema per ripristinare l’assetto ottimale delle strutture sottili fondamentali: Nadi Shuddi (o Nadi Shodan) è una pratica di respirazione alternata, in cui il flusso dell’espirazione e dell’inspirazione scorreprima in una narice e poi nell’altra. Si usano il pollice e l’indice della mano destra per chiudere alternativamente una narice o l’altra, avendo cura di mantenere la spina dorsale ben eretta e di non contrarre le spalle (dovendo tenere sollevato un braccio si badi a scaricare correttamente il suo peso senza gravare sull’assetto della colonna). La durata di inspirazionme ed espirazione deve essere identica (si può scegliere di scandire il tempo contando o ripetendo un mantra in un ritmo costante per entrambe le fasi respiratorie). Lo schema è il seguente: Si inspira con tutte e due le narici poi · Si espira con la narice sinistra · Si inspira inspira con la sinistra · Si cambia narice e si espira con la destra · Si inspira con la narice destra Si continua così cambiando narice quando si deve espirare e producendo quindi per ogni narice prima un’espirazione e poi un’inspirazione. Nadi Shuddi purifica le nadi, consente un afflusso identico di prana per Ida e Pingala e pone le basi per gli esercizi di pranayama.
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Questo argomento viene trattato per primo nell’Hatha Pradhipika, nella Geranda Samitha l’abbiamo trovato sviluppato subito dopo lo Shat Karma e rappresentava il terzo punto dell’Asthanga Yoga di Patanjali.
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Proprio negli Yoga Sutra era emerso come il requisito fondamentale di un’ asana fosse la possibilità di eseguirla in maniera stabile e rilassata, sthirasukham asanam “la posizione deve essere stabile e piacevole”(Yoga Sutra II,46): la postura prodotta in questo modo avrebbe condotto ad una forma di stabilità fisica e mentale in grado di far emergere nel praticante un “sentimento oceanico” attraverso il quale sarebbe stato vanificato il conflitto delle “coppie di opposti”. Dal punto di vista della fisiologia questo significa che nelle asana statiche non vi deve essere conflitto nei processi interni delle attività del neurovegetativo. Tutto il sistema deve essere sedato, con coinvolgimento quindi a livello del parasimpatico. E’ necessario però distinguere tra l’asana mantenuta staticamente ed altri due tipi di tecniche yoga eseguiti in maniera dinamica. · Di norma, prima di acquisire la posizione è necessario un allenamento preliminare in cui, attraverso una serie di movimenti lenti ma decisi, si produce un lavoro di preparazione a livello muscolare ed articolare che può anche svilupparsi sotto l’aspetto di sequenza dinamica di asana concatenate per logica di compensazione. A questi esercizi dinamici (che si possono definire preparatori) segue l’acquisizione della postura statica, mantenuta a lungo, con la quale si sviluppa un lavoro profondo sia a livello del corpo grossolano che di quello energetico. Questa fase è normalmente seguita a sua volta da altre posizioni e movimenti (che si possono dire di compensazione) che lavorino sui gruppi muscolari antagonisti. I movimenti preparatori e quelli di compensazione costituiscono il primo tipo di esercizio dinamico che segue una logica esclusivamente anatomica, muscolare ed articolare. · Vi è poi un secondo tipo di esercizio dinamico che si è rilevato lavorare in maniera specifica sulla stimolazione dei muscoli “test”, o sull’estensione-contrazione del tragitto del meridiano tendino-muscolare. Questo secondo tipo di sequenza di esercizi, collegata in maniera precisa con le fasi respiratorie, non è necessariamente seguita dall’acquisizione di un’asana statica poiché è già interno alla sua logica un lavoro energetico, ossia il potenziamento dello scorrimento pranico a livello dei canali periferici. Soprattutto
all’inizio del tirocinio yoga, a ciò può anche non seguire
immediatamente un lavoro mirato alla struttura pranica centrale e più
profonda, riservandolo a successive sessioni di lavoro. Tornando ora al concetto di asana possiamo distinguere quindi due fasi: quella dinamica, di allenamento o acquisizione, e la fase posturale statica. Riguardo a quest’ultima, sarà necessario raggiungere la condizione di asanajaya, ossia di perfetta padronanza dell’asana che educherà il corpo per consentirgli, tra l’altro, di sopportare agevolmente l’assoluta immobilità nelle lunghe sedute di dhyana. Rispetto all’asana statica si può ancora dire che dovrà avere le seguenti caratteristiche: 1) Immobilità assoluta (qualsiasi movimento o sforzo riporta il tono muscolare alla sua condizione normale, riattivando le coppie di opposti del sistema nervoso). 2) Mantenimento della posizione per tempi progressivamente più lunghi. 3) Mantenimento della posizione senza sforzo (si tratterebbe altrimenti di una comune condizione isometrica) 4) Deve essere prodotto continuamente il controllo del respiro (pranadharana) 5) Deve iniziare qui il tirocinio della mente (dharana) che deve avere la possibilità di rimanere concentrata su un punto (la percezione del corpo o un mantra ripetuto mentalmente), senza disperdersi all’insguimento di vari stimoli e pensieri. Nella yogasana i muscoli sono sistematicamente allungati al di là del loro limite di elasticità normale, il che è possibile solo in presenza di determinate condizioni: prima di tutto si dovrà “persuadere” il muscolo a distendersi senza atti di forza, lasciando che “l’asana si faccia da sola” adeguandosi lentamente al modello posturale richiesto; per far questo deve essere concesso tutto il tempo necessario; con tale disponibilità come presupposto, si dovrà proteggere tutto il processo da movimenti bruschi. Precedentemente sarà già stata prodotta la fase di allenamento, il “riscaldamento” atto a generare il preliminare livello di scioltezza articolare e di elasticità muscolare. In base alla loro funzione lungo il percorso yoga è possibile classificare le asana in tre gruppi fondamentali: Asana educative, Asana rilassanti, Asana meditative. Asana educative Assumono questo nome non nel senso di una ginnastica correttiva con i fini della moderna fisioterapia, bensì nel senso di un allenamento della struttura nervosa, dei canali energetici e del mentale, affinchè si instauri in essi stabilità, pace, benessere: liberando le vie da blocchi, ostruzioni, anomalie strutturali ci si educa alla capacità di accumulo di energia pranica. Il praticante viene corretto ed allenato così da porre le basi per le pratiche più elevate di pranayama e dhyana. La correzione di problemi articolari ed organici in generale, è senz’altro un effetto riflesso della pratica di queste asana il cui obiettivo reale è l’acquisizione degli elementi fondamentali di un preciso training psico-fisico e bio-energetico, ai fini della realizzazione spirituale. Si possono riassumere gli intenti primari delle asana educative come segue: · Assicurare una condizione di armoniosa cooperazione nei vari sistemi, sottili e grossolani. · Allenare il sistema nervoso e le struture praniche (nadi, meridiani) ad un progressivo potenziamento energetico, in maniera tale che possano correttamente sostenere l’afflusso dell’energia spirituale nel momento in cui verrà risvegliata. · Indurre uno stato di stabilità e quiete mentale, tramite il controllo del respiro, le tecniche preliminari di dharana e attraverso la stimolazione degli strati subcorticali del cervello e del parasimpatico. Vediamo ora più nel dettaglio gli effetti e le caratteristiche delle asana educative. Effetti collegati al
sistema nervoso: · Le Yogasana sbloccano le vie ostruite ed educano ad una maggiore capacità di contenere e condurre energia. Sono compresi in questa fase i movimenti preparatori, i movimenti basati sui muscoli test o sull’estensione e contrazione dei meridiani tendino-muscolari che, anzichè bruciare energia, ricaricano il sistema. Nelle asana educative l’azione della postura viene incentrata sulla colonna vertebrale, sugli organi viscerali e sulle radici nervose del tronco. Tutti i nervi vengono tonificati e rafforzati per permettere al praticante di sopportare l’energica azione di kundalini. La pratica delle asana determina una stimolazione delle ghiandole endocrine, il che costituisce comunque una base per l’attività nervosa grazie alla particolare secrezione di neurotrasmettitori. Durante la pratica si determinano inoltre cambiamenti di pressione e modificazioni dei movimenti profondi del respiro che stimolano le risposte dei viscero-cettori, parallelo viscerale dei propriocettori muscolari. Ne deriva una stimolazione del parasimpatico con conseguente sedazione e stabilità emotiva del praticante. Per lo stretto rapporto esistente tra postura e caratteristiche psichiche-personalità (per es. introversione e chiusura in avanti delle spalle; aggressività ed ipertonicità, ecc.) le asana, ripristinando un assetto scheletrico e muscolare ottimale, inducono anche cambiamenti della personalità, in modo del tutto involontario. Poichè l’attività corticale è sedata, non può infatti interferire con tale processo, così che nuove tensioni emotive non si possono produrre durante la pratica a causa di giudizio ed interpretazione sul materiale psichico emerso. Nelle posizioni capovolte, in particolare, vengono stimolati meccanismi cardiovascolari: il cervello viene irrorato perfettamente, inoltre, allo scopo di evitare un afflusso troppo violento di sangue si innesca un meccanismo riflesso per tenere sotto controllo l’intensa circolazione cerebrale che manterrà poi la pressione del sangue a livelli ottimali per tutta la giornata. Viene così ulteriormente stimolato l’aspetto parasimpatico del neurovegetativo. Tanto le posizioni capovolte (viparita karani, shirshasana, salamba sarvangasana) quanto quelle di equilibrio (mayurasana, kukuttasana, vriksasana stimolano) stimolano il vestibolo dell’orecchio interno: per contrastare la forza di gravità in queste posizioni viene intensamente impegnato l’asse ipotalamo-cervelletto (responsabile dell’equilibrio), che si sostituisce al controllo del pensiero conscio con una conseguente liberazione di tensione. Caratteristiche tecnico-anatomiche. · Sono caratterizzate da movimenti lenti per assumere ed abbandonare il modello posturale, hanno tempi piuttosto lunghi per correggere il tono muscolare, influire sulla circolazione e sui propriocettori. Il ritmo cardiaco e respiratorio restano pressoché normali, vi è il minimo sforzo e la minima attività muscolare. Nelle posizioni capovolte il ritorno al cuore del sangue venoso diviene molto facile perchè non deve vincere la forza di gravità. In alcune posizioni come pashimottanasana, sarvangasana, setu bandha sarvangasana, il rilassamento a posizione ottenuta consente alla forza di gravità di agire come stiramento passivo. In altre posizioni invece lo stiramento è ottenuto tramite prese, fermi agganci delle mani (Matsyasana, Marichyasana, Ardha Matsyendrasana), in altre ancora permane un buono sforzo di alcuni gruppi muscolari per consentire lo stiramento di altri (bujangasana, shalabasana, dhanurasana) Questi stiramenti correggono i gruppi muscolari antagonisti. Tutte le asana educative insistono sui vari movimenti della colonna vertebrale, effettuati al meglio: piegamenti in avanti (flessione): pashimottanasana, halasana; piegamenti indietro (estensione): bujangasana, dhanurasana, ushtrasana, matsyasana; piegamento laterale: trikonasana, janu shirshasana; rotazione: ardha matsyendrasana, marichyasana. Quando i movimenti sono lenti, i muscoli profondi ed i legamenti della colonna vertebrale vengono stirati in varie direzioni., migliorando la circolazione del sangue sia dei gruppi muscolari che intorno alle articolazioni: questo produce un miglioramento della nutrizione dei tessuti (trofismo) e dell’eliminazione delle tossine, con un’aumento dell’elasticità delle giunture. Nello Yoga il rilassamento deve essere collegato con la consapevolezza. Sia lo stress dovuto all’ambiente esterno che i processi interni del pensiero e dell’emozione producono tensioni, blocchi ed un assorbimento inutile di energia. Il rilassamento non dovrà mai essere un momento di passività bensì un’ulteriore fase di lucida presenza in cui sbloccare coscientemente lo stress ormai somatizzato e liberare la psiche da strati successivi di condizionamenti. Sta qui la differenza più profonda tra il rilassamento yogico e l’effetto di temporaneo rilassamento indotto da sedativi e tranquillanti: la tecnica yoga produce profondi e duraturi cambiamenti sulla struttura psico-fisica perchè permette alle tensioni di manifestarsi in una condizione di grande, totale consapevolezza, priva di interferenze egotiche di analisi ed interpretazione. Il farmaco non produce che ottundimento della coscienza, cosìcché, terminato l’effetto chimico, le cause del disturbo ripristinano in fretta il disagio. Nella pratica Yoga lo stress somatizzato e rimosso trova invece un modo per fluire via realizzando contemporaneamente un elevato stato di consapevolezza: grazie al lavoro di concentrazione sul corpo e sul respiro e all’attivazione parasimpatica del vegetativo, in questa condizione non esiste la possibilità di produrre “ripensamenti” portatori di “ferite” nuove che, analoghe alle antiche, tornerebbero a fissarsi nel profondo. Sta qui anche la differenza tra pratica yoga e psicoanalisi la quale è indubbiamente in grado di far emergere e rivivere i traumi e le antiche problematiche irrisolte ma non possiede la chiave per “liberare” e rinnovare fattivamente il paziente. In questo tipo di processo colui che analizza è infatti sempre il vecchio ego che, con un effetto “stanza degli specchi” che si potrebbe propagare all’infinito, rischia di strutturarsi in maniera sempre più forte. Nel rilassamento yoga le tensioni non vengono né rivisitate tramite un approccio razionale né seguendo la scia della carica emotiva: è un processo di vera “depurazione” (Vishuddi) che permette al vecchio stress di venire a galla e di essere poi definitivamente eliminato poichè non c’è possibilità di trattenimento da parte del mentale. E’ una purificazione che continuerà nelle varie fasi della meditazione e che mette in contatto il praticante con un livello molto profondo di consapevolezza, eliminando le progressive stratificazioni prodotte e cristallizzate dal mentale nel corso della vita. E’ questo processo che fa esperimentare la condizione di essere interiormente “nuovi”, donando novità , o meglio, realtà e freschezza a tutte le successive esperienze non più contaminate dai vecchi condizionamenti della mente-ego. Vediamo quindi le principali connotazioni di una condizione di completo rilassamento Yoga, con riferimento a Shavasana (la posizione del cadavere): · Da un punto di vista anatomico si può osservare che il corpo si trova in uno stato di riposo in cui oltre alla minima attività prodotta dal neurovegetativo, a garanzia del giusto tono e del buon assetto dell’impalcatura scheletrica, non emerge alcun fenomeno volontario di antagonismo muscolare. Inoltre la posizione orizzontale, riducendo la gravità da contrastare, facilita la circolazione del sangue. · Per quel che concerne invece l’aspetto psichico di questa condizione, va detto innanzi tutto che il rilassamento deve essere prodotto in maniera consapevole (passando in rassegna in modo molto accurato tutta la struttura corporea, risalendo dai piedi fino ai muscoli del viso). Subito dopo dovrà essere prodotta coscientemente anche la respirazione addominale che deve divenire oggetto di attento ascolto (pranadharana). Allentare tensioni muscolari avrà come corrispettivo la liberazione di tensioni mentali ed anche il pranadharana avrà un effetto di sedazione sul sistema nervoso. Allenando l’attenzione, emergeranno alla coscienza più livelli di rilassamento, dal più superficiale al più profondo, in cui il praticante diverrà progressivamente consapevole di ciò che accade (iniziando, come si è detto, dal piano dei gruppi muscolari, articolari e del respiro) fino ad accedere alla sottile percezione dello scorrimento energetico, a livello dei meridiani e dei chakra. L’ascolto attento di questi vari livelli colloca il praticante in una preliminare condizione di testimone esterno di un processo, producendo un preliminare slittamento di piani rispetto al totale, inconsapevole coinvolgimento mente-corpo. Proseguendo in questa direzione, il praticante si trasforma sempre più in un puro osservatore, sperimentando la particolare condizione mentale nella quale vanno via via rarefacendosi le attività discorsive di giudizio e interpretazione, a favore di uno stato di grande calma, lucida presenza e consapevolezza. Questa fase importantissima si può essere già manifestata durante la pratica delle asana anche se, con tutta probabilità, in modo meno palese, dal momento che le valutazioni interpretative, in termini di spazio, movimento, dolore-piacere, sviluppavano una maggiore ampiezza nelle escursioni delle onde pensiero, non sempre favorendo lo stato mentale di equanimità. Ora, in questa condizione di totale abbandono fisico, nel mantenimento vigile dell’attenzione, il processo si stabilizza ed il pensiero analitico e discriminante dapprima rallenta il suo ritmo, poi si estingue lasciando il posto a quello stato che un grande maestro giapponese avrebbe descritto come l’evidenza del presente che si fa presente (Doghen). In Shavasana quindi si ritrovano tutti i presupposti per l’esperienza del samadhi. Questo ritiro dal totale coinvolgimento con i processi mentali e con gli stimoli sensoriali è detto pratyahara e predispone in maniera ottimale alle tecniche più elevate. Asana meditative “Messo
un piede fermamente contro il perineo e fissato l’altro
sull’organo genitale, appoggiare il mento fortemente al petto e
rimanere immobili con i sensi controllati e gli occhi fermi, guardando
tra le sopracciglia. Questo è chiamato siddhasana che apre sicuramente le porte della liberazione” (Hathapradipika I-35) Posture quali siddhasana, padmasana, svastikasana, muktasana, vajrasana offrono una condizione di grande armonia e stabilità che consentirà di protrarre la pratica di pranayama e dhyana anche per ore senza che intervenga il benché minimo disagio. Infatti tutte queste posizioni offrono un’ampia base triangolare i cui lati convergono a livello delle ginocchia e del pavimento pelvico. La colonna vertebrale mantiene le sue curve naturali ed il peso del busto viene scaricato in maniera uniforme sugli ischi. Questo assetto assicura un fermo equilibrio anche entrando nella fase di pratyahara (quindi perdendo la percezione del corpo) con minimi “ritocchi” apportati a livello subconscio (cervelletto). Tutte le funzioni organiche si possono svolgere liberamente poiché Samam Kayasirogrivam (Bhagavad Gita VI-13), busto, collo e testa sono equilibratamente distribuiti sulla stessa linea, nel rispetto delle curve anatomiche della colonna vertebrale, garantendo anche il movimento del diaframma e quello della peristalsi. La posizione pressocchè orizzontale delle gambe assicura il riflusso venoso ed il particolare stiramento dei muscoli porta ad una maggiore irrorazione della zona pelvica. Grazie a questo aumento della circolazione sanguigna e alla riduzione al minimo delle altre funzioni le radici dei nervi di questa parte del tronco (parasimpatico pelvico) iniziano ad inviare particolari impulsi che dalla zona coccigea, sacrale e lombare si comunicano all’asse centrale. L’emissione di questi segnali energetici viene accentuata dalla pratica di mula bhanda. I propriocettori intanto, continuano a produrre riflessi da stiramento per il mantenimento del tono muscolare, con regolari risposte dei centri neurovegetativi delle zone subcorticali da cui quindi scaturisce un’altra onda ritmica di impulsi. In questa condizione la coscienza è perfettamente desta e libera di applicarsi alla pratica meditativa anziché ai consueti itinerari della corteccia cerebrale. Quelle aree infatti tacciono poiché “sedate” dall’attività del parasimpatico |